Non come protesta davanti a un esercizio particolarmente difficile.
Come una conclusione.
Se quello che imparo non potrà essere trasformato in denaro, perché dovrei dedicargli tempo?
È una domanda che merita di essere presa sul serio.
Non perché il denaro non conti.
Studiare può offrire opportunità professionali e avere conseguenze economiche.
Ma in quella frase c’è un passaggio che spesso rimane nascosto:
se non vedo come una conoscenza possa produrre denaro, allora quella conoscenza non serve.
Ma il valore di quello che studiamo non dipende soltanto dalla possibilità di trasformarlo in un guadagno.
Il valore dello studio non coincide con il guadagno
Un ragazzo potrebbe non utilizzare mai professionalmente quello che ha studiato del Decameron: le novelle, i personaggi, la struttura dell’opera, il contesto in cui è stata scritta.
Questo basta a renderne inutile lo studio?
Per giustificarlo non abbiamo bisogno di inventarne una futura applicazione professionale.
Se cercassimo a tutti i costi un’utilità professionale per tutto quello che studiamo, continueremmo infatti ad accettare la stessa premessa: una conoscenza vale soltanto se riesco a mostrarne la spendibilità.
Ma imparare può avere una funzione anche senza produrre direttamente denaro.
Le conoscenze che acquisiamo entrano a far parte degli strumenti con cui interpretiamo la realtà che ci circonda.
Un riferimento storico o letterario può diventare riconoscibile. Un’informazione nuova può collegarsi a qualcosa che già conosciamo. Un’affermazione può essere valutata alla luce del contesto in cui si inserisce.
Questo non significa che accumulare conoscenze renda automaticamente capaci di ragionare bene.
Significa qualcosa di più semplice: per comprendere, interpretare e valutare la realtà che ci circonda abbiamo bisogno anche di conoscere.
Per questo conoscere e pensare non sono due attività contrapposte. La conoscenza è anche uno degli strumenti di cui il pensiero ha bisogno per lavorare.
E quindi, perché studiare qualcosa che forse non useremo direttamente?
Perché il valore di quello che impariamo non dipende soltanto dalla possibilità di utilizzarlo direttamente in futuro.
Studiare una materia significa acquisire conoscenze, ma anche sviluppare determinate capacità: controllare un passaggio, sostenere un’argomentazione, interpretare un testo, interrogare una fonte.
Non solo: una volta acquisite, queste capacità non vengono necessariamente utilizzate in modo spontaneo.
Saper riprodurre un ragionamento in matematica, per esempio, non garantisce di applicarlo spontaneamente con lo stesso rigore in una situazione completamente diversa.
Il trasferimento da un contesto all’altro non è automatico: va costruito.
Per questo non abbiamo bisogno di promettere a un ragazzo che tutto quello che studia gli servirà direttamente nella vita.
Possiamo dirgli qualcosa di diverso.
Forse non utilizzerai direttamente quello che stai studiando.
Ma quello che impari entra a far parte del patrimonio di conoscenze e strumenti che avrai a disposizione anche in futuro.
Una persona non vive soltanto di quello che sa vendere.
Vive anche di quello che riesce a comprendere, valutare e costruire.
Per questo:
«Non vedo come questa conoscenza possa produrre denaro»
non significa:
«Questa conoscenza non serve.»
Il denaro è una possibile forma di utilità.
Non è la misura di tutto quello che vale la pena conoscere.
Domande frequenti
Studiare serve soltanto a prepararsi per un lavoro?
No. Lo studio può certamente avere conseguenze professionali ed economiche, ma il valore di una conoscenza non coincide soltanto con la possibilità di utilizzarla nel lavoro o trasformarla in un guadagno.
Perché studiare qualcosa che forse non useremo direttamente?
Perché le conoscenze che acquisiamo entrano a far parte degli strumenti che abbiamo a disposizione per comprendere, interpretare e valutare la realtà. Studiare una disciplina può inoltre contribuire allo sviluppo di determinate capacità, anche se utilizzarle spontaneamente in situazioni diverse non è automatico.
Studiare matematica rende automaticamente più logici?
No. Studiare matematica può richiedere di riprodurre ragionamenti rigorosi, ma questo non garantisce di applicare spontaneamente lo stesso rigore in una situazione completamente diversa. Il trasferimento da un contesto all’altro non è automatico: va costruito.
Per approfondire
Dire «studiare non mi serve» non significa necessariamente esprimere sempre la stessa difficoltà.
Nell’articolo «Studiare non mi serve: la stessa frase, ragioni diverse» vedremo tre ragazzi arrivare alla stessa conclusione attraverso percorsi differenti.
Riferimenti scientifici
Halpern, D. F. (1998). Teaching critical thinking for transfer across domains: Disposition, skills, structure training, and metacognitive monitoring. American Psychologist, 53(4), 449–455.
National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine. (2018). How People Learn II: Learners, Contexts, and Cultures. Washington, DC: The National Academies Press.
Willingham, D. T. (2008). Critical Thinking: Why Is It So Hard to Teach? Arts Education Policy Review, 109(4), 21–32.

